Non ha due mesi Minù, chissà quant’è che l’hanno strappata dalla madre.
Non le sono ancora spuntati i denti, proprio per niente.
Mi ha preso il dito in bocca e l’ha succhiato.
Stavo attento se c’era la punta dei canini.
Niente
Il tenerume solo del palato e le gengive.
Gnùngola, che sarebbe un compromesso tra gnàula e mugola, questo è il suo verso.
Il mio amico, è lui che l’ha portata qui in ufficio ("è più caldo", mi ha detto, "posso? non saprei dove lasciarla"), l’ha adagiata in un angolo tranquillo (Minù-ciambella in una cuccia di stoffa rosa), ha spiegato in terra una traversina di quelle fatte apposta per abituare i cani a farci i loro bisogni, ha portato un piattino e dentro c’è del mangime.
L’acqua l’abbiamo messa nel fondo di una bottiglia di plastica.
Ha un peluche, Minù, e ci si accuccia addosso dopo aver gnungolato, sbadiglia, stira le zampe e si addormenta.
Il senso di protezione che mi ispira non ha nulla, assolutamente nulla di disneyano.
Minù mi ricorda la fragilità della vita, e quanto bisogna strapparla via alla morte ogni momento.
Quando venerdì sono partito da Bologna mi son trovato davanti ad un’aiuola e ad un cancello.
Aspettavo che caricassero i bagagli sul furgone che da lì ci avrebbe portati all’aeroporto.
Sull’aiuola c’erano dei funghi mezzi marciti, più a sinistra un tronco tutto ritorto (quel che restava, presumo, di una pianta di ginepro o di una tuia).
Era freddo, buio e c’era la nebbia.
A un certo punto nell’erba ho individuato qualcosa di grigiastro.
Pareva un fungo, forse una vescia, o un piumino, o un batuffolo di lana.
L’ho toccato con la punta del piede.
Ha cominciato a muoversi e, confesso, sul momento sono rimasto molto impressionato.
Un movimento lento e stanco e, benché non avessi capito che fosse, ho riconosciuto, ho avuto l’impressione si consumasse un’agonia.
Di lì a poco da sotto quell’ombrello di pelo o piume o accidenti che fosse è sbucata la testa di un uccello, una testa spiumata, il collo lungo e sottile.
Ha aperto il becco una, due volte, un pigolare muto nella nebbia.
Lì vicino mia figlia stava giocando con un cane.
Ho pensato che non avrebbe dovuto guardare quella scena, sicché ho chiamato mia moglie e le ho detto spostatevi più in là.
Sono rimasto a fissare gli spasmi di quell’uccello, unico testimone di un’agonia silenziosa, mi sono chiesto se non fosse meglio schiacciargli la testa e come farlo senza che Beatrice se ne accorgesse.
Potrei dirti le cose belle che ho veduto, quanto t’abbia portato dentro di me in questi giorni, nei miei occhi, tra le tele di Mirò e i disegni di Picasso, quelli erotici o gli studi preparatori di Guernica, dentro le sue urlanti ossessioni e le parole di quel libro di Berger, il tuo dono.
Ti racconto invece di un cane senza denti e di un uccello che a quest’ora sarà senz’altro morto.
Di come sia duro agli inizi strapparsi via la morte, di come lo sia farlo della vita alla fine.
Non le sono ancora spuntati i denti, proprio per niente.
Mi ha preso il dito in bocca e l’ha succhiato.
Stavo attento se c’era la punta dei canini.
Niente
Il tenerume solo del palato e le gengive.
Gnùngola, che sarebbe un compromesso tra gnàula e mugola, questo è il suo verso.
Il mio amico, è lui che l’ha portata qui in ufficio ("è più caldo", mi ha detto, "posso? non saprei dove lasciarla"), l’ha adagiata in un angolo tranquillo (Minù-ciambella in una cuccia di stoffa rosa), ha spiegato in terra una traversina di quelle fatte apposta per abituare i cani a farci i loro bisogni, ha portato un piattino e dentro c’è del mangime.
L’acqua l’abbiamo messa nel fondo di una bottiglia di plastica.
Ha un peluche, Minù, e ci si accuccia addosso dopo aver gnungolato, sbadiglia, stira le zampe e si addormenta.
Il senso di protezione che mi ispira non ha nulla, assolutamente nulla di disneyano.
Minù mi ricorda la fragilità della vita, e quanto bisogna strapparla via alla morte ogni momento.
Quando venerdì sono partito da Bologna mi son trovato davanti ad un’aiuola e ad un cancello.
Aspettavo che caricassero i bagagli sul furgone che da lì ci avrebbe portati all’aeroporto.
Sull’aiuola c’erano dei funghi mezzi marciti, più a sinistra un tronco tutto ritorto (quel che restava, presumo, di una pianta di ginepro o di una tuia).
Era freddo, buio e c’era la nebbia.
A un certo punto nell’erba ho individuato qualcosa di grigiastro.
Pareva un fungo, forse una vescia, o un piumino, o un batuffolo di lana.
L’ho toccato con la punta del piede.
Ha cominciato a muoversi e, confesso, sul momento sono rimasto molto impressionato.
Un movimento lento e stanco e, benché non avessi capito che fosse, ho riconosciuto, ho avuto l’impressione si consumasse un’agonia.
Di lì a poco da sotto quell’ombrello di pelo o piume o accidenti che fosse è sbucata la testa di un uccello, una testa spiumata, il collo lungo e sottile.
Ha aperto il becco una, due volte, un pigolare muto nella nebbia.
Lì vicino mia figlia stava giocando con un cane.
Ho pensato che non avrebbe dovuto guardare quella scena, sicché ho chiamato mia moglie e le ho detto spostatevi più in là.
Sono rimasto a fissare gli spasmi di quell’uccello, unico testimone di un’agonia silenziosa, mi sono chiesto se non fosse meglio schiacciargli la testa e come farlo senza che Beatrice se ne accorgesse.
Potrei dirti le cose belle che ho veduto, quanto t’abbia portato dentro di me in questi giorni, nei miei occhi, tra le tele di Mirò e i disegni di Picasso, quelli erotici o gli studi preparatori di Guernica, dentro le sue urlanti ossessioni e le parole di quel libro di Berger, il tuo dono.
Ti racconto invece di un cane senza denti e di un uccello che a quest’ora sarà senz’altro morto.
Di come sia duro agli inizi strapparsi via la morte, di come lo sia farlo della vita alla fine.
(Tanto sei un trash-bin muto o poco più)