"…Ci sono due posti, adesso, dove non ho più metafore, più niente. Uno è lo stinco di mio padre, la zona che fuoriesce dal pigiama quando l’ho fatto pisciare, gli ritiro su i calzoni e lui si lascia andare sul letto e ha quel sorriso negli occhi. Io gli misuro il tempo che gli resta usando un algoritmo, se vuoi, abbastanza comune: cosa ancora è in grado di fare, come reagisce.
Quel posto (la zona degli stinchi, il collo del piede, i piedi stessi, le dita, le unghie (ha una ferita sull’alluce sinistro, c’è rimasto un arrossamento, il colore del betadyne che vira verso il giallastro), le vene che come tronchi s’irradiano in superficie, la pelle ridotta a un velo e che sembra di cera), quel posto, ecco, lo spettro del futuro.
L’altro è il tuo volto, e siamo su una barca. Io remo, tu sei una polena dormiente (in realtà non stai affatto dormendo; hai soltanto chiuso gli occhi per la stanchezza di una giornata cominciata molto presto e hai poche ore di sonno, tutte quelle ore di lavoro e la notte che avanza, il rollio, lo sciaguattare dell’acqua) e abbiamo visto i fuochi a mare e non ce li aspettavamo quei fuochi, lo spettacolo del golfo, il fatto che nessuno, nessuno abbia avuto in mente un’idea così semplice, prendi una barca a noleggio, la gente fa cose assurde per ammazzare il tempo, tutti lo stesso locale, bere le stesse cose e invece tu, una barca a noleggio e intorno l’acqua che è nera e tu sei stanca, rilassata, leggermente ubriaca, c’è quella piega all’angolo della bocca che forse ora è più evidente e non ti ho detto ma mi sembra che tu sia dimagrita sicché i segni, la storia, quello che è scritto sulla tua faccia, sintassi, punteggiatura, la tua vita, il suo inchiostro, cerca di capirmi, mi pare sia più leggibile e evidente e sussurri cose che il remo spezzetta a mulinelli e schizzi alla deriva.
Due luoghi dove attualmente la metafora è nulla e non ho più domande o risposte, non ho niente.
So che ho detto papà lasciati andare e lui è rimasto a traverso sul letto e guardava il soffitto, io l’ho afferrato sotto le ascelle, l’ho raddrizzato.
So che t’ho accarezzato i capelli e t’ho tenuto le mani.
Tu, sugli scogli, che non sai camminare…"
La poltrona nell’angolo in penombra dà l’idea di una donna di velluto accovacciata. Ho messo un disco e ho preso il mio bicchiere (due dita di un vino rosso e robusto, "Caccia al Piano"). Un crescendo ha inondato la stanza. "Lascia ch’io pianga", Haendel, suonato da un ensemble francese. Il cantante ha un timbro chiaro e vibrante. Dovessi paragonarlo a qualcosa, a un colore, per esempio, direi proprio il vino nel mio bicchiere. Scandisce chiaramente ogni sillaba. Accendo un sigaro e guardo il tramonto che si spegne. Con ampie cabrate della mano per un po’ assecondo quel canto, poi mi dirigo verso la donna-poltrona in penombra. Fa specie lasciarsi andare su una donna-poltrona di velluto. Le lacrime premono e vorrebbero tracimare, ma le trattengo, me ne esce una soltanto dall’occhio sinistro. Il muro alle mie spalle presenta una scrostatura. Per fortuna è in un angolo in basso, dico tra me, e in ogni caso è un peccato questa imperfezione in un appartamento così sobrio ed elegante. Potrebbe essere il set di una piece teatrale, con questa quinta con gli archi, non saprei, ha un che di beckettiano. Al centro della parete, ben più in alto, una lingua di metacrilato vinaccia fissata al muro forma una mensolinguolibreria arrotolata in tre spire su se stessa. Le gambe hanno ripreso a farmi male, forse non hanno mai smesso, è solo che ci ripenso. Quando si rompe il fiato con dolcezza, senza cioè arrivare mai all’affanno, si giunge a un punto di obnubilamento che potresti, chissà, tirare fino a quando. La chiamano l’ebbrezza dei cavalli. Ho esagerato ultimamente con la corsa. Penso a questo, intanto che mi bruciano le gambe e il vino brilla dentro il bicchiere, rubino, e chissà che mi aspetta. In cucina c’era una scatola di calze nell’immondizia e quando lei si è seduta, prima, per un istante ho intravisto la balza delle autoreggenti.
Mia madre ha un appuntamento cui non manca da più di quarant’anni, da quando, cioè, ebbe la certezza che avrei dovuto subire un intervento delicato. Ogni prima domenica del mese, mia madre va a sentire la messa in una chiesa nel cuore del centro storico di Napoli. Stavolta c’ero anch’io e l’ho accompagnata. Abbiamo preso la metropolitana e siamo scesi a P.zza Dante. Da lì ci siamo incamminati per i decumani. Per strada c’era ancora poca gente. Mia madre mi ha detto "è meglio che mi tieni per mano". Non ho ricordi, se non di bambino, d’averla mai presa per mano per la strada; sicché quando ho sentito queste parole "è meglio che mi tieni per mano", non saprei, per un momento ho provato imbarazzo. Poi è stato bello. Camminando, ho riveduto certi scorci, certi palazzi, certe bellezze nascoste che mi avevi mostrato. Non siamo mai scivolati nel melenso. Tenerti per mano (e lo dico con un certo brivido, lo sai? perché mi viene in mente la poesia di Montale, "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale", che non ha nulla a che vedere con noialtri, noi come coppia intendo, e tuttavia ci riguarda, perché parla di quello che si perde e io so bene, tutti si perde tutto prima o poi ma, stavolta, ognuno per sé, ognuno sulla sua sponda, abbiamo perso molto, veramente), tenerti per mano, dicevo, mi è parso sempre un gesto naturale, un aiutarsi, non perdersi, un patto muto. Cose che nulla hanno a che vedere coi sentimenti (intendi: coi sentimentalismi) anche se certamente in quel momento, in quei frangenti ho sentito una "comunione" (e in fondo, due mani che si stringono fanno una comunione); l’ho sentita, sì, e non mi è dispiaciuto. Tuttavia tenersi così per mano, questo gesto, mi pare più vecchio ancora, più carnale, di qualsiasi allusione a qualsiasi "sentimento"; forse non dovrei scriverne affatto, non dovrei parlarne, costringere una faccenda ancestrale, primordiale, a un’astrazione e una forma così diametralmente opposta: le parole.
Bisognerebbe scrivere solo quando è strettamente necessario, quando è senz’altro utile a qualcuno. Scrivere come il tenersi per mano di cui parlo, di cui vanamente provo a tracciare i confini, la semantica.
Mi piace l’addio degli abbracci e non voltarsi a guardare. Credo di avere trasmesso, di avere assorbito più da certi abbracci di quanto mai possa aver fatto a parole o in qualsiasi altro modo. Eppure ho un nodo qui che ancora non si è sciolto, neanche stringendo forte tutti quelli che ultimamante ho abbracciato e quasi ho stritolato. Questa è materia che sfugge a qualsiasi pianificazione, diresti. Tu la sai lunga, io ho molto da imparare.
Di là sento un rumore come d’acqua, acqua corrente. Mio padre era un idrologo, amava i corsi d’acqua. Penso alle polene dai seni perfetti sempre in boccio, le prime a prendersi lo schiaffo dei venti e l’incognita degli abissi. Vorrei spogliarmi, di là c’è un letto e rannicchiarmici dentro, guardare in silenzio i travi del soffitto. Il meglio prende corpo al di fuori dell’orizzonte degli eventi.