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La prima cosa che ho fatto stamattina è stata cancellarmi da friendfeed.
Poi da twitter.
Poi ho cominciato a eliminare, uno alla volta, tutti i contatti che avevo su Facebook.
Per ultimo, mi sono cancellato.

L’immagine che avevo in mente nel frattempo era un lungo filo disteso all’orizzonte.
Gli ho dato un nome, anzi è venuto da sé: la linea zero dei silenzi minerali.

Mentre scrivo – oggi è freddo, non quanto si prevedeva, però è freddo – ascolto in cuffia un cd a cui tengo molto.

"… e se non sai la via co’ miei sospir t’invia…"

La donna in copertina è magra, mora, sorride sistemandosi gli occhiali da sole alla Jacqueline.

Ho detto cuffie,  invece sono auricolari che annichiliscono le interferenze acustiche ambientali.
Hanno sensori che captano i rumori e generano fronti d’onda opposti e complementari.
Il risultato (di questo impatto invisibile e cruento) è un quasisilenzio elettronico perfetto.

La voce del tenore sgorga pulita.

"… quando dunque mi mirate morte e vita voi mi date…"

La cosa interessante è quel prefisso; il quasi, azzeccato a silenzio a mo’ di neologismo.

Dovresti ricordarti noi due in un pomeriggio a bere birra sgranocchiando i lupini in faccia al mare.
Parlammo di temperamenti musicali, scarti, resti e ci scrissi pure un pezzo.
Lo intitolai: "La cifra assurda della divina proporzione".
Faceva caldo, avevamo i lupini nei bicchieri, li mettevamo in bocca – un lupino, un sorso di birra – masticavamo e sputavamo le bucce.
I pesci, a frotte, venivano a mangiarle.
Io stavo bene, stavo proprio da dio.
Mi sono andato a ricercare quel pezzo, l’ho riletto e, diamine!, il tempo che è passato, e quante cose.

Le tecnologie che annullano i rumori nacquero per migliorare le condizioni ambientali nei luoghi di lavoro.
Troppo rumore, a lungo andare va alla testa (a tal proposito leggere Thomas Bernhard: "Perturbamento").
Si può produrre un silenzio anecoico perfetto; tuttavia anche l’assenza di rumore conduce gli esseri umani alla pazzia.
La linea zero del silenzio minerale è dunque un silenzio assordante, un paradosso, ed è terribile, quando ci si sofferma, concettualmente percepire l’assenza.

I morti, le separazioni: percepire l’assenza.

Da quella volta ho perso qualche chilo.
Mangio pochissimo e ho ripreso ad allenarmi.
Mi mancano S. ed S. ; una è a Milano, quell’altro in Iran (di questi tempi in Iran, per lavoro).

Mi piacerebbe fare ancora quel gioco: segui col dito la cicatrice sul mio petto, enumeri tutti i petti che hai toccato, con la voce che trema, femmine, maschi, scendi quasi all’ombelico, lì trovi un punto, io ti dico è un drenaggio, che è sulla carne che abbiamo scritti incipit e chiusura.

Le cose pare che non accadano per caso.
Ieri mi ha contattato S. e mi ha inviato una mail proprio mentre stavo pensando a che fine avesse fatto.
Abbiamo avuto un piccolo scambio riguardo a cosa sia e che deve contenere un addio.
Gli ho detto che stavo formulando il mio addio e per l’appunto mi trovavo in mezzo a un guado, stavo scrivendo un post di commiato o una lettera?
S., che è saggio, dice che è lo stesso e non vedeva l’ora di leggerlo comunque.

calma.splinder.com (27/01/2005 – 14/01/2010)

Ci sono due frammenti miei qui dentro.
E’ un progetto di scrittura cumulativa, un progetto dadaista.
E’ stato bello aver partecipato.
La rete, come dice Gallizio, può contribuire a rendere migliore questo nostro brancolare (lui dice qualcos’altro, ma io adesso non ricordo, però il senso è lo stesso, pressappoco).

Polene

"…Ci sono due posti, adesso, dove non ho più metafore, più niente. Uno è lo stinco di mio padre, la zona che fuoriesce dal pigiama quando l’ho fatto pisciare, gli ritiro su i calzoni e lui si lascia andare sul letto e ha quel sorriso negli occhi. Io gli misuro il tempo che gli resta usando un algoritmo, se vuoi, abbastanza comune: cosa ancora è in grado di fare, come reagisce.
Quel posto (la zona degli stinchi, il collo del piede, i piedi stessi, le dita, le unghie (ha una ferita sull’alluce sinistro, c’è rimasto un arrossamento, il colore del betadyne che vira verso il giallastro), le vene che come tronchi s’irradiano in superficie, la pelle ridotta a un velo e che sembra di cera), quel posto, ecco, lo spettro del futuro.

L’altro è il tuo volto, e siamo su una barca. Io remo, tu sei una polena dormiente (in realtà non stai affatto dormendo; hai soltanto chiuso gli occhi per la stanchezza di una giornata cominciata molto presto e hai poche ore di sonno, tutte quelle ore di lavoro e la notte che avanza, il rollio, lo sciaguattare dell’acqua) e abbiamo visto i fuochi a mare e non ce li aspettavamo quei fuochi, lo spettacolo del golfo, il fatto che nessuno, nessuno abbia avuto in mente un’idea così semplice, prendi una barca a noleggio, la gente fa cose assurde per ammazzare il tempo, tutti lo stesso locale, bere le stesse cose e invece tu, una barca a noleggio e intorno l’acqua che è nera e tu sei stanca, rilassata, leggermente ubriaca, c’è quella piega all’angolo della bocca che forse ora è più evidente e non ti ho detto ma mi sembra che tu sia dimagrita sicché i segni, la storia, quello che è scritto sulla tua faccia, sintassi, punteggiatura, la tua vita, il suo inchiostro, cerca di capirmi, mi pare sia più leggibile e evidente e sussurri cose che il remo spezzetta a mulinelli e schizzi alla deriva.

Due luoghi dove attualmente la metafora è nulla e non ho più domande o risposte, non ho niente.
So che ho detto papà lasciati andare e lui è rimasto a traverso sul letto e guardava il soffitto, io l’ho afferrato sotto le ascelle, l’ho raddrizzato.

So che t’ho accarezzato i capelli e t’ho tenuto le mani.
Tu, sugli scogli, che non sai camminare…"

La poltrona nell’angolo in penombra dà l’idea di una donna di velluto accovacciata. Ho messo un disco e ho preso il mio bicchiere (due dita di un vino rosso e robusto, "Caccia al Piano"). Un crescendo ha inondato la stanza. "Lascia ch’io pianga", Haendel, suonato da un ensemble francese. Il cantante ha un timbro chiaro e vibrante. Dovessi paragonarlo a qualcosa, a un colore, per esempio, direi proprio il vino nel mio bicchiere. Scandisce chiaramente ogni sillaba. Accendo un sigaro e guardo il tramonto che si spegne. Con ampie cabrate della mano per un po’ assecondo quel canto, poi mi dirigo verso la donna-poltrona in penombra. Fa specie lasciarsi andare su una donna-poltrona di velluto. Le lacrime premono e vorrebbero tracimare, ma le trattengo, me ne esce una soltanto dall’occhio sinistro. Il muro alle mie spalle presenta una scrostatura. Per fortuna è in un angolo in basso, dico tra me, e in ogni caso è un peccato questa imperfezione in un appartamento così sobrio ed elegante. Potrebbe essere il set di una piece teatrale, con questa quinta con gli archi, non saprei, ha un che di beckettiano. Al centro della parete, ben più in alto, una lingua di metacrilato vinaccia fissata al muro forma una mensolinguolibreria arrotolata in tre spire su se stessa. Le gambe hanno ripreso a farmi male, forse non hanno mai smesso, è solo che ci ripenso. Quando si rompe il fiato con dolcezza, senza cioè arrivare mai all’affanno, si giunge a un punto di obnubilamento che potresti, chissà, tirare fino a quando. La chiamano l’ebbrezza dei cavalli. Ho esagerato ultimamente con la corsa. Penso a questo, intanto che mi bruciano le gambe e il vino brilla dentro il bicchiere, rubino, e chissà che mi aspetta. In cucina c’era una scatola di calze nell’immondizia e quando lei si è seduta, prima, per un istante ho intravisto la balza delle autoreggenti.

Mia madre ha un appuntamento cui non manca da più di quarant’anni, da quando, cioè, ebbe la certezza che avrei dovuto subire un intervento delicato. Ogni prima domenica del mese, mia madre va a sentire la messa in una chiesa nel cuore del centro storico di Napoli. Stavolta c’ero anch’io e l’ho accompagnata. Abbiamo preso la metropolitana e siamo scesi a P.zza Dante. Da lì ci siamo incamminati per i decumani. Per strada c’era ancora poca gente. Mia madre mi ha detto "è meglio che mi tieni per mano". Non ho ricordi, se non di bambino, d’averla mai presa per mano per la strada; sicché quando ho sentito queste parole "è meglio che mi tieni per mano", non saprei, per un momento ho provato imbarazzo. Poi è stato bello. Camminando, ho riveduto certi scorci, certi palazzi, certe bellezze nascoste che mi avevi mostrato. Non siamo mai scivolati nel melenso. Tenerti per mano (e lo dico con un certo brivido, lo sai? perché mi viene in mente la poesia di Montale, "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale", che non ha nulla a che vedere con noialtri, noi come coppia intendo, e tuttavia ci riguarda, perché parla di quello che si perde e io so bene, tutti si perde tutto prima o poi ma, stavolta, ognuno per sé, ognuno sulla sua sponda, abbiamo perso molto, veramente), tenerti per mano, dicevo, mi è parso sempre un gesto naturale, un aiutarsi, non perdersi, un patto muto. Cose che nulla hanno a che vedere coi sentimenti (intendi: coi sentimentalismi) anche se certamente in quel momento, in quei frangenti ho sentito una "comunione" (e in fondo, due mani che si stringono fanno una comunione); l’ho sentita, sì, e non mi è dispiaciuto. Tuttavia tenersi così per mano, questo gesto, mi pare più vecchio ancora, più carnale, di qualsiasi allusione a qualsiasi "sentimento"; forse non dovrei scriverne affatto, non dovrei parlarne, costringere una faccenda ancestrale, primordiale, a un’astrazione e una forma così diametralmente opposta: le parole.
Bisognerebbe scrivere solo quando è strettamente necessario, quando è senz’altro utile a qualcuno. Scrivere come il tenersi per mano di cui parlo, di cui vanamente provo a tracciare i confini, la semantica.

Mi piace l’addio degli abbracci e non voltarsi a guardare. Credo di avere trasmesso, di avere assorbito più da certi abbracci di quanto mai possa aver fatto a parole o in qualsiasi altro modo. Eppure ho un nodo qui che ancora non si è sciolto, neanche stringendo forte tutti quelli che ultimamante ho abbracciato e quasi ho stritolato. Questa è materia che sfugge a qualsiasi pianificazione, diresti. Tu la sai lunga, io ho molto da imparare.

Di là sento un rumore come d’acqua, acqua corrente. Mio padre era un idrologo, amava i corsi d’acqua. Penso alle polene dai seni perfetti sempre in boccio, le prime a prendersi lo schiaffo dei venti e l’incognita degli abissi. Vorrei spogliarmi, di là c’è un letto e rannicchiarmici dentro, guardare in silenzio i travi del soffitto. Il meglio prende corpo al di fuori dell’orizzonte degli eventi.

Non saprei raccontarlo altrettanto bene come lei ha fatto. (lei è molto brava)

Non ha due mesi Minù, chissà quant’è che l’hanno strappata dalla madre.
Non le sono ancora spuntati i denti, proprio per niente.
Mi ha preso il dito in bocca e l’ha succhiato.
Stavo attento se c’era la punta dei canini.
Niente
Il tenerume solo del palato e le gengive.
Gnùngola, che sarebbe un compromesso tra gnàula e mugola, questo è il suo verso.
Il mio amico, è lui che l’ha portata qui in ufficio ("è più caldo", mi ha detto, "posso? non saprei dove lasciarla"), l’ha adagiata in un angolo tranquillo (Minù-ciambella in una cuccia di stoffa rosa), ha spiegato in terra una traversina di quelle fatte apposta per abituare i cani a farci i loro bisogni, ha portato un piattino e dentro c’è del mangime.
L’acqua l’abbiamo messa nel fondo di una bottiglia di plastica.
Ha un peluche, Minù, e ci si accuccia addosso dopo aver gnungolato, sbadiglia, stira le zampe e si addormenta.
Il senso di protezione che mi ispira non ha nulla, assolutamente nulla di disneyano.
Minù mi ricorda la fragilità della vita, e quanto bisogna strapparla via alla morte ogni momento.
Quando venerdì sono partito da Bologna mi son trovato davanti ad un’aiuola e ad un cancello.
Aspettavo che caricassero i bagagli sul furgone che da lì ci avrebbe portati all’aeroporto.
Sull’aiuola c’erano dei funghi mezzi marciti, più a sinistra un tronco tutto ritorto (quel che restava, presumo, di una pianta di ginepro o di una tuia).
Era freddo, buio e c’era la nebbia.
A un certo punto nell’erba ho individuato qualcosa di grigiastro.
Pareva un fungo, forse una vescia, o un piumino, o un batuffolo di lana.
L’ho toccato con la punta del piede.
Ha cominciato a muoversi e, confesso, sul momento sono rimasto molto impressionato.
Un movimento lento e stanco e, benché non avessi capito che fosse, ho riconosciuto, ho avuto l’impressione si consumasse un’agonia.
Di lì a poco da sotto quell’ombrello di pelo o piume o accidenti che fosse è sbucata la testa di un uccello, una testa spiumata, il collo lungo e sottile.
Ha aperto il becco una, due volte, un pigolare muto nella nebbia.
Lì vicino mia figlia stava giocando con un cane.
Ho pensato che non avrebbe dovuto guardare quella scena, sicché ho chiamato mia moglie e le ho detto spostatevi più in là.
Sono rimasto a fissare gli spasmi di quell’uccello, unico testimone di un’agonia silenziosa, mi sono chiesto se non fosse meglio schiacciargli la testa e come farlo senza che Beatrice se ne accorgesse.
Potrei dirti le cose belle che ho veduto, quanto t’abbia portato dentro di me in questi giorni, nei miei occhi, tra le tele di Mirò e i disegni di Picasso, quelli erotici o gli studi preparatori di Guernica, dentro le sue urlanti ossessioni e le parole di quel libro di Berger, il tuo dono.
Ti racconto invece di un cane senza denti e di un uccello che a quest’ora sarà senz’altro morto.
Di come sia duro agli inizi strapparsi via la morte, di come lo sia farlo della vita alla fine.

(Tanto sei un trash-bin muto o poco più)

Se Santa Sei

Per aprirla usò il coltello che aveva nel cassetto, uno di quei coltelli da due soldi col manico di plastica bianco e la lama seghettata.
Una volta era appartenuto ad un collega che poi era morto e lui se l’era tenuto per ricordo.
Sulla busta (di quelle gialle, foderate all’interno di plastica bollosa) c’erano delle istruzioni vergate a china.
Una bella calligrafia a stampatello: sicura, precisa, un tratto senza indecisioni.

Dicevano:

ISTRUZIONI PER IL DESTINATARIO

UNA VOLTA APERTA LA BUSTA,
ROVESCIARE IL CONTENUTO DELLA
SUDDETTA SULLA SCRIVANIA
TENENDO LA BUSTA SOLLEVATA
RISPETTO A QUESTA
D’ALMENO UN DIECI CM

Più in basso, sulla destra, il disegnino di un personaggio.
I lineamenti del volto praticamente inesistenti.
Due puntini al posto degli occhi e sembrava che avesse le orecchie a sventola o una cuffia o un casco o – chi lo sa -  come dei paraorecchie. 
Qualunque cosa fossero, erano due protuberanze.
Sulla testa, racchiuso in un fumetto, campeggiava un punto interrogativo.

Sul margine della busta un’altra scritta – vergata con una punta più sottile -  diceva:

(malamente copiato da G.P.)

Prima d’aprire si chiese se la circostanza – ricevere una busta da una sconosciuta, una con cui aveva scambiato certe impressioni riguardo a un libro letto e oramai quasi dimenticato – non potesse nascondere qualcosa di pericoloso.

Pensò al carbonchio.
Anthrax.
Ne sorrise.

Gli ci vollero 2′ 38” per scalzare il lembo della chiusura.

Sulla busta l’ufficio postale aveva incollato un’ulteriore busta di plastica trasparente che ospitava, in una tasca al suo interno, la copia della raccomandata (si trattava perciò di una raccomandata!) da consegnare, com’era stato fatto, a lui, il destinatario.

Durante quei 2′ 38” ebbe modo di riflettere sul fatto che è proficuo, anche quando si eseguono operazioni così delicate quali aprire una busta – operazioni che hanno cioè lo scopo di violare e contemporaneamente preservare, operazioni dunque antitetiche in se stesse, violare e preservare, profanare evitando di lasciare tracce di un passaggio – è proficuo, lui pensava, in questi casi, avere un atteggiamento ed un modus operandi sicuro, preciso, senza indecisioni.
Una buona metà di quell’arco di tempo era volato via che cincischiava con il coltello lungo il bordo, invano.
Non era riuscito ad aprirsi un varco.
Tutto questo, per via dell’incertezza.
Quando aveva affrontato il problema di petto – un bel taglio deciso eseguito a mano ferma – tutto era stato poi così naturale, conseguenziale, la fessura che si allargava, la strada che si apriva.

Pensò alla ragazza con i capelli rossi (Nicole?) tanti anni prima, un’estate, che gli si era concessa.

"Che razza di termini sto usando?" – pensò di se stesso che pensava – "concedere, così anacronistico e falso".

Eppure con quali altre parole poter dire?
Nitida nella sua mente Nicole in bikini nero, poi nuda sul letto e lui che gli ci struscia sopra.
Sudati lerci, lui gli ci struscia e non sa come entrare.
Ci vuole decisione nella vita.

Quando il lembo ha ceduto si è domandato e adesso?
Sulla scrivania ci sono due libri, un telefono, un foglio formato A4 su cui sono poggiati dei sassi.
In mezzo a questi sassi è incastrata una foto plastificata dov’è ritratto suo padre che sorride.
Alle spalle ci sono le foto delle sue figlie.
Il padre avanti, le figlie in secondo piano.
Non si impallano, è una sorta di rappresentazione.

Capovolge la busta a 10 cm. dalla scrivania, come da istruzioni impartite.

Una pioggia di stelle di plastica verde acquamarina, un foglio ripiegato in tre e un altro foglietto scivolano giù con un lieve fruscio.

Resta a guardarli con un sorriso stampato sulla faccia.
Pensava di trovarci una lettera, e invece.
Questa, che sembra  una rappresentazione.

Ora che ci ripensa, però, la donna è un architetto, sicché il disegno, la calligrafia e così lpure l’uso di punte di diverso spessore, tutto questo appare così logico e normale.

Non si aspettava le stelle, poi chissà perché.
Le osserva attentamente una ad una.
Si tratta di normali stelle a cinque punte, di varia misura, tagliate a mano grossolanamente.
Questo è strano, il taglio che è appena abbozzato, alcune non sembrano neanche delle stelle.
Lo sono solo perché lo sono tutte le altre.
Le conta (è solo una scusa per toccarle?).
Sessantasei.
Sembra un numero con una ragione ben precisa: è divisibile, simmetrico e com’era quella filastrocca da bambini?

80 voglia di te
70 ne hai di me
66
16 di volermi bene
  6 tutta la mia vita

Se santa sei.

La figlia minore, nella foto che è alle spalle di suo padre, a casa ha delle stelle fosforescenti appiccicate al muro.
La sera, quando spegne le luci per andare a dormire, per un po’ luccicano e sembra tutto un cielo stellato.

Talvolta lui adora dormire sul letto di sua figlia.
Si legge un libro, qualche pagina in attesa che venga il sonno e sul muro ci sono quelle stelle.

Questo qui in calce è il racconto con cui Piera Ventre ed io abbiamo partecipato ad una lodevole iniziativa intitolata "Aquattromani", patrocinata, se così posso dire, dall’ottimo Remo Bassini.
Avrebbero dovuto esserci un tot di racconti anonimi; i partecipanti avrebbero dovuto esprimere, secondo un certo criterio, il loro voto; sarebbe stato reso noto il nome degli autori; sarebbe stata stilata la lista con le preferenze ricevute; avrebbe visto la luce finalmente l’ebook dell’edizione.
In pratica ci si giocava l’ordine di impaginazione e questa mi pare un’ottima cosa (un ordine, è bene sottolinearlo,  particolarmente articolato che ricalcava la logica con cui vengono accoppiati generalmente i contendenti in un torneo: le teste di serie contro i deboli , lo scopo è mantenere costante il bilancio delle forze in campo fino alla fine)
Ho usato non a caso un mucchio di condizionali.
Il fatto è che le cose sono andate un po’ a ramengo.
C’è stata qualche polemica su voti, votazioni, giudici e pregiudizi.
Per farla breve, i racconti verranno impaginati seguendo l’ordine con cui furono pubblicati (questo mi pare d’aver compreso; francamente non ho seguito fino in fondo la polemica).
E ora veniamo a "Miracolo Italiano".
Nel racconto, lo premetto, ci sono un paio di bestemmie.
Chi per un motivo o un altro non sopporta la bestemmia è avvertito: non lo legga.
Quando abbiamo scritto "Miracolo Italiano" sapevamo benissimo che ci saremmo alienati qualche simpatia.
Questa edizione di "Aquattromani" aveva un tema: l’italia di oggi.
Piera avrebbe voluto parlare delle morti bianche.
La statistica dice che le morti bianche si consumano prevalentemente il primo giorno di lavoro.
Io ero affascinato dalla questione "essere e apparire".
Si dirà che c’entra poco con l’Italia (è ciò che mi ha detto la stessa Piera quando le ho proposto il personaggio che avevo in mente).
Questo è quello che le ho risposto via mail.

"…hai perfettamente ragione riguardo al fato che sì, questo tema rappresenta un sentire mondiale e non caratteristico di questa italietta e basta. ma noi abbiamo il presidente del consiglio che fa da epitome ed
esempio e – fatta eccezione per Gheddafi o, se guardiamo al passato, per Bokassa e qualche folle fanatico raìs del centroafrica o del sudamerica – non mi sembra poca cosa.
ho parlato di tronisti e di veline.
come al solito: io accenno un tema, tu sei molto più precisa; io sento una traccia, l’intuisco vagamente; chissà perché, penso sempre che chi ho di fronte sia sintonizzato.
insomma, il tronista e la velina non hanno importanza in sé, ma si incastrano, e fai lo sforzo di capirmi, con quell’immagine di Berlusconi che apparentemente si deterge il sudore della fronte mentre in realtà si sta dando una botta di make up in parlamento (hai presente, no?)
questi soggetti incartapecoriti di cui vediamo (e purtroppo valutiamo, siamo condizionati dal) la mera apparenza polimerica. che razza di leggi potranno produrre, abrogare, discutere?
mi piacerebbe, non saprei come (e nel non saperlo parlavo di tronisti e veline) che oltre alle morti bianche si accennasse a questo aspetto che non è forma ma è sostanza, è etica."

Ed ora voglio tornare alla questione della bestemmia.
Il personaggio che avevamo in mente è uno che ogni tre quattro bestemmie c’è caso infili una parola "normale".
Ce ne sono a pacchi, un’infinità di persone così.
Non so come si possa fare ad ignorarli.
Potevamo sostituire "porca" con "per la".
Metricamente, musicalmente sarebbe stato un cambiamento impercettibile.
Ma i fake stavolta abbiamo deciso di mandarli a cagare.
Questo è soltanto un racconto, non vuole migliorare nessuno, è come una fotografia: è soltanto quello che (non) vedi.

11. MIRACOLO ITALIANO
di Piera Ventre e Mauro Calenda

Certo che ci pensava al suo futuro! Mica voleva restare impantanato come suo padre, a smoccolare sotto la sferza del padrone finché in bocca non gli sarebbero rimasti che due denti e tutti i rinfacci del fiele di una vita. Aveva visto e rivisto quel film, La ricerca della felicità e pretendeva il sogno americano. Anzi, meglio: il miracolo italiano. Per raggiungere la felicità bisognava impegnarsi, questo aveva imparato; che non viene giù dal cielo come una grazia, che bisogna conquistarla, crederci fino a buttare il sangue.
Studia!”. La perdente giaculatoria di sua madre. Per anni non aveva fatto che ripetergli questo: “Studia!”. Ma a cosa cazzo gli sarebbe servito starsene tutto il tempo sui libri? A fare la fine di suo cugino Nicola, laureato con lode e il culo vizzo appiccicato sulla postazione di un call center? Naà! Lui aveva studiato, sì, ma davanti alla tivvù. E aveva capito che, per fare strada non bisognava conoscere la geografia, per realizzare il suo miracolo italiano non gli occorreva masticare l’inglese. Il cantiere era soltanto un contentino. Gli serviva per pagarsi la sauna, la palestra e far tenere chiuso il becco ai suoi vecchi. Lui gliel’avrebbe detto a cose fatte, a tutti quelli che lo conoscevano, “avete visto, eh, di cosa sono stato capace?”
Da un anno ormai tutte le sere si allenava. Era arrivato a fare cent’ottanta piegamenti sulle braccia; a mani aperte, coi pugni, con lo schiaffo, come quelli che faceva Robert De Niro in Taxi Driver. E poi duecento addominali perlomeno. Saliva e riscendeva e, nel frattempo, si controllava in faccia allo specchio la scacchiera dell’addome. E che bellezza quell’addome a tartaruga! Poi la depilazione. Tutto quanto s’era fatto levare, persino le sopracciglia si era sfoltito, un taglio preciso ad ala di gabbiano. E si era completamente rasato la capoccia. Ci spalmava la crema antirughe, sul cranio liscio e la faccia, mattina e sera.
Si preparava. Anzi, era già pronto per svoltare.
Il provino per il Grande Fratello, di lì a poco.
E adesso eccolo là, schiattato in mezzo al cantiere. Inzuppa rena e cemento con la sua roba, sbrodola giù, schifoso, pare un fantoccio scassato, lo stramadonna troia di un accidente.
La cazzuola aveva mulinato nell’aria, poi l’urlo, la parabola del volo e infine il tonfo: sordo, di schiena.
Aveva sentito sciamare miliardi di formicole in capa, una corrente, e ci aveva provato, cazzo, ad alzarsi da lì, rabbioso, non è niente, seh, non è niente, le formicole dovunque. Poi manco quelle. Aveva cercato di muovere le gambe, ma niente, nessuna reazione, e lungo le braccia  un via vai come di insetti.
Poi il bordello degli operai col capomastro: chi piangeva, chi bestemmiava in dialetto e, per finire, l’urlo della sirena, la barella, l’ambulanza. Una lesione profondissima al midollo. Immobile, seccato dalla vita in giù. Sua madre non fa altro che portarsi i fazzoletti ciancicati agli occhi, ciabattando nella stanza dell’ospedale. Suo padre, assieme al capocantiere, si era dato da fare a ribadire ch’era veramente una sciagura cadere dal ponteggio durante il primo giorno di lavoro. Del resto è così che funziona da sempre, una mano lava l’altra si dice, no?, e tutte e due lavano il viso.
La saggezza dell’Italia popolare.
Nella disgrazia però aveva avuto gran culo. La faccia, per dire, non gli s’era rovinata. Qualche graffio, sì, qualche ematoma, ma i denti graziaddio li aveva ancora tutti.
L’infermiera gli ha prestato uno specchietto. Con cura lui si controlla il viso. Le sopracciglia necessitano di un’attenta sfoltita: bisogna  darci dentro di pinzetta per ritracciare gli archi ad ala di gabbiano. La felicità non è una cosa semplice. E’ il becco spalancato di un uccello da nutrire a molliche. Cosa aveva imparato da quel film? Che quando si cade ci si deve rialzare. E lui, porcamadonna, l’avrebbe fatto. Anzi, lui lo sta bell’e che facendo.
“E’ tutta gente da mille euro al mese” – si dice, ripensando ai parenti e agli amici – “Ma quando cazzo vincono mai, co’ ‘ste facciacce? Blaterano di valori, di apparenze e poi, va’, piangono per un graffio, una malattia, perché sono ingrassati o gli hanno rubato il motorino” .
L’infermiera gli chiede se può sospendere un momento perché deve controllargli la fasciatura.
Il lupo in lui, quando ripone lo specchietto sul comodino, pensa e sorride “Lo so, troia, che cosa ti stai chiedendo. Se sono ancora in grado di armare. Un vero peccato, ve’?, tutta ‘sta grazia sprecata”.
Ha la certezza che la felicità sia lì vicino; che l’incidente, la sua attuale condizione, le cause all’origine della disgrazia siano dettagli preziosi. Sono i dettagli che fanno il personaggio.
Si vede opinionista, testimonial e, perché no?, corteggiato da uno schieramento.
Deve soltanto continuare ad allenarsi.
E presentarsi a quel cazzo di provino.

Una bambina va a scuola e all’intervallo chiede alla maestra : "Quali sono le cose più importanti nella vita?"
E la maestra: "Gli aggettivi, la matematica…"
E la bimba: "No! A-S-S-S!"
Il giorno dopo ci sono i colloqui e il papà di questa bimba ci va, e mentre la maestra spiega, viene fuori che sua figlia (del papà) ha detto che le cose più importanti nella vita sono A-S-S-S.
E il papà dice: "Certo! Sennò che sono? Gli aggettivi e la matematica?".
Il giorno dopo a scuola la bimba alla maestra: "Quali sono le cose più importanti nella vita?"
E la maestra: "A-S-S-S!"

(*) Ove la S, onomatopeicamente ricalca quella del cantante Jovanotti. Si tratta cioè di una S zeppolosa, quel suono che fuoriesce quando la punta della lingua poggia tra le arcate dentarie anziché sul palato ed impedisce perciò alla S di sibilare correttamente. A-S-S-S!

Chick67 (professore, ricercatore, non lo so) è uno tra i tanti che ho conosciuto nella rete (in senso virtuale; non ci siamo mai visti). Ci siamo scambiati opininioni sui libri, in Anobii. Aveva un blog, Chik67, che adesso ha chiuso i battenti. E gli avevo scritto che era un peccato, perché, oltre che lettore, ricercatore e non so che altro, Chik67 scrive molto bene. Stamattina mi ha lasciato un messaggio

"Bentornato su Anobii. Visto che tempo fa mi avevi chiesto del mio blog ti mando l’indirizzo di un instant blog che mi serve per masticare un po’ di ore – magari ti ci fai su una risata."

Sferaquantica

Chik67 sta approfittando di un bug per postare da un albergo molto lontano quello che lui ed altri ricercatori stanno vivendo in questi giorni.
Non anticipo altro.
Vi invito a leggerlo.

(Aggiornamento delle 20.30)
Il blog cui il link fa riferimento per ragioni di… privacy è temporaneamente inibito.
Qui habuit habuit habuit.
Qui dedit dedit dedit.

Ricordandoti

Avevamo litigato per quel post (che cazzata; si potrà litigare per un post?).
Da allora è passato un anno e mezzo.
Un anno  è passato invece da quando sei morto.
Oggi sarebbe il primo anniversario.
Allora mi sono riletto i messaggi che ci siamo mandati in privato.
Da scompisciarsi.
Spomodorando, i termini che usavi.
Spero ci sia Schopenhauer là, e Isherwood, e Simenon, che gli piaceva la figa.
Mi manchi.
TI ho voluto bene.
E’ un bene avere un blog inibito ai commenti, alla fin fine.

"…con quell’aria da commiserazione che quando entro in quel blog i miei maroni si mettono a lutto.
stai bene, fratello, problemi non ce ne saranno."

Maria Strofa

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